Il dominio degli Asburgo, contrariamente a quello veneziano, favorì notevoli progressi nei territori occupati: ebbe inizio un processo di unificazione amministrativa ed una rapida ascesa del porto e della città di Trieste. In particolare l'imperatore Carlo VI e sua figlia Maria Teresa contribuirono alla formazione di un ampio mercato marittimo, concedendo nel 1719 la libertà di navigazione nell'Adriatico e proclamando Trieste porto franco, il che attirò nella città numerosi mercati stranieri e stimolò la nascita della Compagnia delle Indie Orientali, causando notevoli perdite per l'economia veneziana.
Il Friuli Venezia-Giulia nell'800
L'equilibrio trisecolare della regione fu rotto, sul finire del XIII secolo dall'invasione napoleonica, dando inizio alla dominazione francese, che fu peraltro generalmente malvista perchè fermò l'ascesa promossa dagli Asburgo nel '700.
 Nel 1815, per decisione del Congresso di Vienna, il Friuli-Venezia Giulia fu diviso in due zone parzialmente autonome pur in un quadro di dipendenza da Vienna: l'una, chiamata il Litorale e comprendente i territori di Gorizia, Trieste e Fiume, fu annessa al regno illirico; l'altra entrò a fare parte del regno Lombardo-Veneto; l'unificazione dei territori friulano e giuliano sotto il governo austriaco favorì l'italianizzazione di Trieste.
Nonostante lo scarso sviluppo della borghesia non mancò la partecipazione ai moti rivoluzionari durante il Risorgimento: nel 1848 Udine seppe reagire agli Austriaci, mentre anche molte cittadine istriane guardavano con simpatia all'insurrezione, che fu tentata senza successo anche a Trieste. Nel 1864 scoppiarono moti nel Friuli: questa volta il movimento irredentista ebbe maggiore seguito e nel 1866, al termine della terza guerra d'indipendenza, il terrritorio fu riunito all'Italia.
Ben più complessa fu la lotta politica nella Venezia-Giulia: dopo il 1848 si verificò il risveglio delle popolazioni slovene e croate, che ruppero i rapporti patriarcali con gli italiani e diedero vita ad un fiero nazionalismo, avanzando rivendicazioni sociali. Ciò contribuì a rafforzare l'irredentismo italiano che ebbe le sue principali manifestazioni a Trieste, con l'organizzazione del partito socialista, e a Gorizia, sotto la guida del partito cattolico.
Queste lotte interne favorirono tuttavia un notevole progresso culturale e sociale, ed accanto a ciò, anche una coscienza nazionale sia tra gli italiani che tra gli slavi; col nuovo secolo però i contrasti divennero sempre più violenti.
La Prima Guerra Mondiale
La Grande Guerra (1915 - 1918) ebbe tra i suoi obiettivi fondamentali la riunione della Venezia-Giulia all'Italia: il conflitto fu combattuto per la maggior parte proprio nei territori di questa regione, che patì gravissimi danni nella valle dell'Isonzo, dove Gorizia fu largamente distrutta.
Dopo la disfatta italiana di Caporetto (1917) il Friuli subì la dura prova dell'invasione austriaca e dell'oppressione poliziesca, ma, con la decisiva vittoria ottenuta dagli eserciti italiani a Vittorio Veneto, l'Austria fu costretta a cedere all'Italia l'Istria e Trieste, che furono ufficialmente riconosciute appartenenti al Regno d'Italia, mentre la Jugoslavia rivendicava a sé la Dalmazia e Fiume.
La questione però era ancora lontana dalla soluzione definitiva: il trattato di pace infatti aveva portato all'interno dei nuovi confini italiani un gran numero di slavi, per nulla disposti ad accettare la "sottomissione" al governo italiano, ma desiderosi di ricongiungersi alla Jugoslavia.
Fascismo e Seconda Guerra Mondiale
Le aspirazioni autonomiste delle minoranze slovene e croate furono brutalmente soffocate dalla violenta repressione fascista che mise in atto una politica di snazionalizzazione nei confronti delle genti slave, alle quali venne anche proibito di parlare la propria lingua.
Nel corso del secondo conflitto mondiale si ebbe in questa regione una Resistenza di carattere plurinazionale: sia i partigiani italiani che quelli slavi infatti lottarono in questa circostanza fianco a fianco con l'intento comune di sconfiggere le forze nazi-fasciste.
Dal dopoguerra ad oggi
Nel secondo dopoguerra la questione dei confini italo-jugoslavi riemerse prepotentemente: il 10 febbraio 1947 fu firmato a Parigi il trattato di pace: apparve subito chiaro che Fiume e Zara sarebbero state irrimediabilmente perdute. Il presidente statunitense Wilson suggerì di seguire un criterio etnico nella spartizione del territorio fra Italia ed Jugoslavia, ma tale criterio fu rispettato solo nella regione di Gorizia.
 Col trattato di pace, quasi 188.000 italiani, secondo il censimento del 1921, (aumentati probabilmente nel frattempo ad almeno duecentomila) furono posti nella condizione di scegliere fra la cittadinanza jugoslava e la cittadinanza italiana comportante l’abbandono del territorio ceduto alla Jugoslavia. Almeno 150.000 persone, tra cui l’intera popolazione di Pola, optarono per l’Italia e per l’esilio.
L'Italia dovette rinunciare anche a quei cittadini italiani che vivevano nel cosiddetto Territorio Libero di Trieste, che comprendeva la zona ad ovest di quella che durante il conflitto era stata la "linea francese". Questo territorio fu diviso in due zone: quella A, amministrata dalle truppe anglo-americane e abitata per massima parte da Italiani e quella B, amministrata dalle truppe jugoslave e abitata in gran parte da sloveni.
Il governo italiano riuscì a riportare Trieste e tutta la zona A sotto la sovranità italiana solamente durante la presidenza Gronchi, nel 1954 (con il Memorandum di Londra), ma dovette definitivamente rinunciare all'Istria ed alla Dalmazia. Il contenzioso si concluse definitivamente nel 1975 col trattato di Osimo, che favorì cordiali e costruttive relazioni fra Italia ed Jugoslavia.
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