L'emigrazione delle donne italiane - GENSnews - anno 2001 n° 10 del 27/11/2001
L'emigrazione delle donne italiane
 Spesso dimenticate e trascurate dalla storia le donne italiane emigranti hanno ricoperto un ruolo fondamentale nel corso del lungo processo di "diaspora" che ha condotto milioni di italiani ad abbandonare il proprio paese d'origine per dirigersi verso terre lontane e sconosciute.
Silenziose e speranzose hanno seguito i propri mariti cercando di infondere loro quel coraggio che spesso anch'esse sentivano venir meno, mentre andavano incontro ad un futuro incerto ed ignoto.
Il carattere familiare dell'emigrazione italiana ha fatto sì che la percentuale delle donne nei flussi migratori registrati a più riprese fosse piuttosto elevata, fino a raggiungere, in determinati periodi e luoghi, picchi del 40 o addirittura del 60 per cento, soprattutto negli anni '70, quando si è verificato il fenomeno del ricongiungimento familiare.
Per questa ragione le caratteristiche dell'elemento femminile erano molto simili a quelle degli uomini emigranti: all'incirca lo stesso grado d'istruzione, che non andava mai oltre l'educazione elementare (ma la maggior parte di loro non sapeva nè leggere nè scrivere), la stessa estrazione sociale (quasi tutte provenivano da famiglie di agricoltori residenti in piccoli paesi dell'entroterra) e le stesse regioni di provenienza, che erano per lo più quelle meridionali, soprattutto Abruzzo, Molise, Basilicata, Campania, Puglia, Calabria, ma anche Friuli e Veneto.
Nella maggior parte dei casi dunque a sbarcare stanchi ed spaesati, dopo giorni di navigazione, sulle banchine del Nuovo Mondo erano interi nuclei familiari, spesso già con due o tre bambini al seguito che avrebbero dovuto essere accuditi e sfamati comunque fosse andata l'avventura americana.
Proprio questo è stato generalmente il compito principale svolto dalle donne emigranti: quello di crescere i figli, provvedere alla loro educazione e garantire in ogni circostanza la compattezza della famiglia. Ma il ruolo di madre e moglie, di per sè naturale e scontato, risultava ben più difficile in una terra sconosciuta, dove si parlava una lingua incomprensibile, lontano dalle proprie abitudini e piccole certezze.
Il processo di integrazione che le donne dovettero affrontare non fu certo facile, anche perchè la loro vita si svolgeva quasi esclusivamente tra le mura domestiche e le occasioni di incontro e scambio culturale e sociale non dovevano essere molto frequenti.
Questa condizione ha però ha permesso alle donne di svolgere un ruolo molto significativo nella storia dell'emigrazione italiana: proprio grazie a loro infatti le radici ed il legame con il paese di provenienza non è andato perduto, ma si è conservato nel corso dei decenni.
Sia quando hanno deciso di seguire il marito sia quando invece sono rimaste in patria ad attendere il suo ritorno esse hanno rappresentato l'anello di congiunzione con le proprie origini lontane.
Le donne emigranti hanno dunque costituito quell'elemento di unione che ha permesso di attenuare a figli e mariti il trauma del distacco dalla propria terra per essere "proiettati" in un mondo che spesso appariva loro estraneo e quindi ostile; esse hanno condiviso con i propri uomini una vita spesso fatta di stenti e di sacrifici, che le ha portate in alcuni casi anche a sostituire il marito ammalato nel lavoro pur di non perdere quell'unica fonte, seppur minima, di reddito.
Anche se fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale era difficile trovare una donna impiegata in un lavoro in fabbrica o comunque in un'attività che la portasse al di fuori delle mura domestiche, molte furono le mogli che cercarono di contribuire in qualche modo ad aumentare il patrimonio familiare con lavori casalinghi. Esse cucivano pezzi per le industrie di abbigliamento, pelavano secchi di cipolle e sbucciavano chili di pomodori che venivano poi inscatolati nelle grandi industrie alimentari cittadine, oppure affittavano una stanza della propria già piccola abitazione, garantendo pasti caldi e biancheria pulita all'affittuario.
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