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L'emigrazione delle donne italiane - GENSnews - anno 2001 n° 10 del 27/11/2001

Accanto alle donne che hanno abbandonato il proprio paese d'origine per seguire il consorte, rientrano nella percentuale dell'emigrazione femminile anche quelle ragazze, ancora da maritare, partite per unirsi ad un uomo sposato per procura, spesso sconosciuto, ma che poteva garantire loro una certa "sicurezza" futura.
Quest'ultima non poteva invece essere assicurata in un'Italia ormai spopolata di giovani, in cui la donna viveva in funzione del marito e della famiglia, senza possibilità di indipendenza.

All'inizio del secolo fu consistente anche il fenomeno migratorio delle cosiddette balie: un numero considerevole di donne infatti partì alla volta dell'America, dell'Australia e di altri paesi europei "ricchi",per andare ad allattare i bambini di famiglie benestanti, che offrivano loro ospitalità per tutto il periodo dell'allattamento.
Quando questo terminava però esse, per prolungare il proprio soggiorno nel paese che le aveva accolte, ricorrevano a ripetute gravidanze, che permettevano loro di aumentare la quantità di latte disponibile.
Talvolta tuttavia abbandonavano i figli così avuti nei brefotrofi dopo i primi mesi di vita, trovandosi nell'impossibilità di mantenerli in paesi in cui spesso la loro presenza non era nemmeno ufficialmente riconosciuta.

Per evitare di avere una visione parziale del ruolo svolto dalle donne emigrate è importante sottolineare che, accanto ad un atteggiamento conservatore che ha permesso loro di tramandare le tradizioni, la cultura e la lingua italiana meglio degli uomini, si riscontra però nelle generazioni successive un atteggiamento innovativo.
Quest'ultimo è sempre più marcato a mano a mano che si prendono in considerazione le donne apparteneti alla seconda, alla terza generazione e alla quarta generazione.

Oggi infatti la condizione delle donne italiane all'estero è ben diversa da quella delle loro madri e delle loro nonne: anzitutto è notevolmente aumentato il livello d'istruzione e, di conseguenza anche le possibilità d'impiego e di mobilità sociale.
Non più legate esclusivamente al ruolo domestico le donne discendenti da famiglie italiane emigrate oltreoceano non vivono più in una condizione di isolamento, ma sono completamente integrate nella società e possono quindi godere di una maggiore indipendenza ed autonomia.
In comune con le generazioni precedenti tuttavia esse coltivano ancora il desiderio di mantenere un legame con il proprio paese d'origine, sebbene spesso non l'abbiano mai visto direttamente; esse non vogliono rinunciare alla propria "doppia identità": di donne appartenenti alla comunità nazionale che le ha accolte, ma nello stesso tempo di donne con un passato ricco, che "viene da lontano" e che non deve andare perduto.

Solo recentemente si è iniziato a sostenere da più parti questo loro "diritto all'italianità", come appare chiaramente dalle considerazioni emerse al Convegno "La donna italiana nel mondo fra tradizione e innovazione", tenutosi nell'ambito della Prima Conferenza degli Italiani nel Mondo lo scorso dicembre.
Nel documento finale della conferenza si legge: "Le donne italiane nel mondo non portano problemi, ma soluzioni. Le donne italiane all’estero costituiscono infatti una risorsa culturale, economica, sociale e politica di enorme valore sia per i Paesi di residenza che per l’Italia.
Il loro contributo alla storia ed al presente della vita delle collettività non è tuttora riconosciuto, né adeguatamente sostenuto, a tutti i livelli, specialmente in vista delle sfide poste dal crescente processo di mondializzazione".

Ciò rappresenta sicuramente un importante passo avanti verso il riconoscimento definivo del ruolo svolto dalle donne emigranti, anche se, come è stato ammesso nel corso degli stessi lavori conferenziali, molto si deve ancora fare per valorizzare e promuovere quel patrimonio culturale e linguistico italiano che esse hanno contribuito a mantrenere.

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